Libri scritti da Lino Perini

Libri scritti da Lino Perini

Una giovane donna, della provincia di Venezia, come passatempo ama scrivere e collabora con un giornale locale. Pian piano inizia a frequentare la redazione, e conosce il responsabile della cronaca col quale instaura una piacevole e disinteressata amicizia. Dietro l''angolo un imprevisto stravolge la sua vita di donna normale e finirà per distruggere la sua esistenza e quella del marito. L''incedere degli avvenimenti la porterà a mutare da vittima a colpevole.

Lino Perini nasce nel dicembre del 1955. Risiede a Dolo da quando aveva tre anni. Laureato in Psicologia all''Università di Padova collabora con alcune testate giornalistiche nazionali e locali dedicando prevalentemente l''attenzione agli avvenimenti sportivi. In passato ha collaborato con La Nuova Venezia-Il Mattino di Padova e La Tribuna di Treviso, Il Piccolo di Trieste, Il Resto del Carlino, Il Giornale di Vicenza e Il Corriere dello Sport-Stadio. Attualmente presta la propria collaborazione con Il Gazzettino e La Difesa del Popolo. È direttore del periodico Dolo Sport e di Hurrà Gambarare.

Il libro di Lino Perini puù essere acquistato direttamente online tramita Altromondo Shop

Venezia, vista in controluce, sembra un acquarello, una linea retta la separa dall’acqua e nella parte superiore appaiono sagome di chiese, campanili e case ingrossate da un bordo nero.

Alice guarda dal finestrino del treno che attraversa il Ponte della Libertà ed ammira l’aurora veneziana. La giornata di marzo è fresca, i colori sono intensi, il mareè di un blu ceruleo e la città sembra disegnata con un carboncino nero mentre il sole che nasce emana una luce arancione sempre più intensa. Sono più di dieci anni che Alice arriva tutti i giorni a Venezia ma non sempre il paesaggio è così stuzzichevole, forse dipende anche dall’umore, dalla predisposizione a come si vedono le cose. Arrivata alla stazione di Santa Lucia, scende dal treno e si avvia lungo il binario tredici verso l’uscita. C’è una marea di gente che l’affianca, qualcuno la sfiora, un ragazzo la urta con lo zaino che deve pesargli molto perché lo si vede sbandare, saranno i tanti libri che contiene. Arrivata all’esterno, scende la scalinata e si avvia all’imbarcadero. La fila è già lunga. “Anche stamattina arrivo in ritardo” pensa tra sé. Arriva il vaporetto e subito la ressa aumenta, tutti che spingono, si sentono insulti e parolacce. Non sembrava possibile ma, invece, riesce a salire anche lei e, seppure stretta fra un distinto signore che sembra un avvocato ed una ragazza con jeans scoloriti che mastica nervosamente un chewinggum, riesce ad arrivare al pontile di Rialto per le otto e dieci. Due passi a piedi e l’ingresso della banca, in campo San Salvador, l’accoglie per la nuova giornata di lavoro. Ha preso il treno alle sette e ventitre alla stazione di Dolo e quando entra in banca si sente già stanca, sfinita dal viaggio, per nulla entusiasta di ricominciare a pensare ai problemi di lavoro. Alice si è diplomata a diciannove anni all’istituto Carducci di Dolo. Un diploma di ragioniera che l’aveva illusa di trovare un bel posto di lavoro, di guadagnare per soddisfare le sue necessità ma, invece, come tanti diplomati, ha cercato invano per mesi, scritto decine di lettere ad aziende e a professionisti. Dopo quasi due anni iniziava a disperare. Un’amica le ha procurato il bando di un concorso indetto dal Ministero delle Finanze. Si era rimessa a studiare. Poco dopo era uscito un bando anche al Comune di Venezia ed uno alla Regione. Aveva fatto domanda per entrambi. Non era più studentessa ma, in pratica, studiava solamente. Finalmente suo padre era riuscito a trovarle un impiego come commessa in un negozio di abbigliamento di Mestre. Guadagnava una miseria, aveva orari impossibili ed il tempo libero doveva usarlo per studiare per i concorsi. Ma le prove erano sempre molto selettive. Test a risposta multipla, decine di domande che dovevano essere completate in poco tempo. Non era riuscita a superare alcun concorso. A venticinque anni era l’emblema della delusione. Aveva lasciato il lavoro di commessa e, sempre grazie all’aiuto del padre, aveva trovato lavoro come impiegata da un notaio. Un lavoro dignitoso ma lo stipendio, se tale si poteva chiamare, era misero e spesso doveva fermarsi ben oltre l’orario senza essere ricompensata. Si era intristita, anche abbruttita.

I giorni di festa li trascorreva spesso a casa, le amiche la chiamavano ma preferiva non uscire. Il destino, però, si diverte a disegnare scenari impensabili e spesso si sostituisce alla volontà delle persone. Il 16 novembre era il compleanno della sua amica Giulia e quella domenica del 1994 non poteva fare a meno di andare alla sua festa. Dopo aver festeggiato a casa dell’amica, la compagnia aveva deciso di chiudere la giornata andando al cinema. Erano saliti nella macchina guidata Marco, il ragazzo di Giulia, e si erano diretti verso il multisala di Marghera. Alla rotatoria della Romea, Marco non era riuscito a controllare la macchina sull’asfalto, reso viscido dalla pioggia, e la sua Punto aveva fermato la corsa su una Golf. Un incidente fortunatamente banale. Nell’altra vettura c’erano due ragazzi. Solite discussioni.

Marco era stato insultato dal guidatore dell’altra macchina, Alice era scesa a difenderlo. Dopo qualche minuto di discussione le parti avevano ritrovato la calma ed avevano espletato le incombenze di rito per l’assicurazione, ognuno se ne era ritornato sulla propria strada. Marco era visibilmente amareggiato ma, essendo il compleanno della fidanzata, aveva cercato di restare sereno, Alice sembrava nervosa. Aveva accumulato tanta rabbia in corpo nel corso degli ultimi anni e forse l’episodio era servito per scaricarne una parte. Col senno di poi si era pentita di come si era comportata. Aveva avuto un atteggiamento aggressivo verso gli occupanti dell’altra macchina che pure avevano ragione ma si era sentita in dovere di affiancare Marco che veniva pesantemente insultato. Nei giorni successivi aveva già dimenticato l’episodio ma, meno di due settimane dopo, nello studio del notaio, era in programma il preliminare per la compravendita di una casa e, con stupore, Alice aveva riconosciuto, fra le persone che stavano per vendere, uno dei due occupanti l’auto investita da Marco.

- Buona sera.- Aveva detto Alice.

- Buona sera.- Aveva risposto enfaticamente l’uomo.- Ma noi non ci conosciamo già?- Aveva chiesto.

- Il notaio l’aspetta.- Aveva risposto Alice con tono severo.

- Adesso vado ma, dove ci siamo incontrati?- Aveva ribattuto l’uomo cercando di far mente locale.

- L’altra domenica, sulla rotatoria della Romea a Marghera.- Aveva abbozzato Alice.

- Ah! Adesso ricordo.- Finalmente aveva messo a fuoco la ragazza.- Bel caratterino!

- Le ripeto che il notaio l’aspetta. Se vuole accomodarsi, grazie.

Lui l’aveva guardata con un mezzo sorrisetto e poi era entrato nella sala riunioni. Alice allora aveva preso la scheda della pratica e, leggendo velocemente, aveva scoperto che si chiamava Alberto Sanavia, era nato a Mirano il 23 settembre del 1967 ed abitava a Mira in via Nazionale.

Dopo tre quarti d’ora i convenuti erano usciti dalla sala riunioni, parlavano animatamente. Alice aveva intuito che fosse sorto qualche problema per il pagamento della casa. Dal gruppo si era staccato Alberto e si era avvicinato al bancone dove si trovava la ragazza.

- Nella fretta, prima, mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Alberto.- E aveva porto la mano verso Alice.

Alice aveva finto di non saperlo e con aria distratta l’aveva guardato, era un ragazzo con un certo fascino, ben curato. Capelli all’indietro, tagliati corti, occhi scuri. Non portava la fede né anelli al dito ma una vistosa catenina d’oro che s’intravedeva tra la camicia scollata e la maglietta bianca che indossava sotto.

- Se ha bisogno degli atti della vendita deve parlare con il notaio.- Aveva risposto fredda Alice.

- Veramente volevo sapere il tuo nome.- Aveva ribattuto lui con fare confidenziale.

Alice gli aveva lanciato un’occhiataccia.

- Sono qui per lavorare, per favore non mi provochi.

- Sto solo cercando di ricomporre le cose dopo il piccolo incidente dell’altra domenica. A proposito il mio amico Gianni ha già riparato l’auto, ha speso duecentocinquantamila lire. Anche se avevamo ragione, siamo stati un po’… come dire, esagerati. Per questo volevo scusarmi, tutto qua. Se non ti dispiace, per farmi perdonare, volevo invitarti a prendere un caffé al bar qui sotto, giusto per festeggiare la conclusione della vendita.

- Quando sono in servizio non posso allontanarmi dal mio posto.

Non fece in tempo a finire la frase che il notaio era uscito dal suo studio…

- Alice, vieni da me a prendere l’atto di compravendita che deve essere rettificato.

Alberto aveva osservato la scena e con destrezza si era avvicinato al notaio.

- Dottore, avrei piacere d’invitarla a festeggiare qua giù al bar la vendita della casa.

- La ringrazio ma non è mia abitudine.

- No, la ringrazio ma non posso accettare.

- Mi permetta, allora, d’invitare la signorina.

Il notaio era rimasto sorpreso della richiesta e, seppure un po’ perplesso, aveva acconsentito.

- Vai pure Alice ma fai in fretta e quando torni vieni subito nel mio studio.

Alice l’aveva guardato furibonda ma non aveva avuto il coraggio di opporsi e, con molta lentezza, aveva preso il capotto dall’attaccapanni e se l’era infilato per uscire.

- Così ti chiami Alice - l’aveva stuzzicata aprendo la porta per farla uscire.

Al bar erano rimasti non più di cinque minuti, lei era ansiosa di ritornare al lavoro, lui aveva tentato invano di farsi dare il numero di telefono di casa visto che non possedeva il cellulare.

Mentre lei aspettava che le aprissero la porta dell’androne per tornare in ufficio aveva notato che era salito in una Audi bianca. Tre giorni dopo Alberto aveva telefonato in ufficio.

- Sono Alberto Sanavia, ti ricordi? Ci siamo visti per la compravendita di una casa, dopo siamo andati al bar insieme.

- Intanto dammi del tu, questo tenere le distanze mi pare francamente esagerato. Poi volevo sapere se l’atto era pronto.

- No, credo che ci vorranno ancora dei giorni.

La domanda aveva turbato Alice, non se l’aspettava.

- Ti andrebbe di venire ad una festa a casa di Gianni, il mio amico dell’incidente?

Alice aveva trasalito, l’istinto la stava guidando:- É uno scherzo?

- No. Mi farebbe piacere, davvero molto piacere.

- A casa di Gianni, a Mira, vicino a Villa Foscari. Se accetti, ci mettiamo d’accordo, vengo a prenderti e ti riaccompagno.

Alice era sempre più perplessa ma anche piacevolmente conquistata da questo ragazzo che ostinatamente si stava interessando a lei, erano mesi che non provava nulla di simile, la sua vita affettiva era stata un disastro. Tutte le sue storie si erano chiuse in poco tempo, colpa della sua esagerata serietà, della timidezza che non si scioglieva neppure quando si creava un minimo d’intimità con il partner, tanto da sfiorare l’arroganza. Eppure dentro di sé soffriva di ciò ma non riusciva a venirne fuori, situazione ingigantita dalle sue difficoltà a farsi strada nel mondo del lavoro. All’improvviso questa opportunità le confondeva le idee.

- Sono due minuti che aspetto, quanto vuoi farmi aspettare ancora?

- Mi dia il numero di telefono, la chiamo stasera. Prima devo sincerarmi di una cosa.

Alberto era sconsolatamente deluso ma aveva fatto buon viso alle parole di Alice.

- Va bene, ma comunque ci tengo che mi dai del tu.

- Spero di poter telefonare prima delle nove. Buona sera ... anzi, ciao.

Per tutto il pomeriggio Alice era stralunata, faticava a lavorare, a concentrarsi sulle cose e non vedeva l’ora che fosse finito l’orario di lavoro per chiamare Giulia, voleva un parere dell’amica. Alle sette in punto Alice era già pronta per uscire dallo studio e, salutato il notaio che l’aveva guardata sorpreso, era sgattaiolata via alla ricerca di una cabina telefonica libera per chiamare l’amica.

- Pronto, ciao Giulia sono Alice. Ti devo parlare, possiamo vederci al più presto?

- Ma, cosa ti è successo?- Chiese preoccupata Giulia.

- Preferisco dirtelo di persona, ma ho bisogno di vederti al più presto.

- Va bene, passa anche adesso, tanto prima delle otto non ceno.

Alice si era confidata con Giulia e l’amica che, nonostante la presenza di Marco, aveva adocchiato Alberto la sera dell’incidente, aveva spronato Alice ad accettare l’invito del ragazzo. Le ultime remore erano svanite ed Alice, tornata a casa, aveva chiamato Alberto per concordare l’appuntamento della domenica ma, chiamato il numero che lui le aveva dato, non l’aveva trovato. Una signora molto gentile le aveva riferito che avrebbe cenato da un amico. Tutta l’euforia di Alice si era quindi spenta ed aveva iniziato a maledire la sua ingenuità, si era sentita presa in giro, ingannata, e si era ripromessa di non accettare più le sue avances.

Alle nove e mezza aveva squillato il telefono, la mamma di Alice aveva alzato il ricevitore.

- Sono un amico di Alice, me la potrebbe passare.

- Come ha detto che si chiama?- Rispose la mamma della ragazza abbastanza sorpresa.

- Alice, è per te.- La mamma la chiamava.

- Alberto?- Aveva ripetuto a voce alta, esterrefatta la ragazza.

- Pronto. Come hai fatto a trovarmi?

- Ciao. Siccome non avevo il tuo numero ho dovuto escogitare uno stratagemma. Ho chiamato a casa il notaio e gli ho raccontato che quel giorno che siamo andati al bar insieme ti avevo dato un mio documento che serviva per l’atto di vendita della casa e ora non lo trovavo più e che avrei dovuto chiamarti subito per sapere se ce l’avevi tu.

- Ho dovuto insistere perché il tuo capo non ne voleva sapere di darmi il tuo numero privato ma alla fine ha ceduto, credo che domani ti chiederà scusa per avermelo dato, non mortificarlo.

- Ho saputo che hai telefonato a casa mia. La vecchia mi ha chiamato da Andrea, dove mi trovo ora. Se devo essere sincero ero convinto che non mi chiamassi, per questo, quando Andrea mi ha invitato a mangiare una pizza a casa sua, ho accettato. Allora cosa mi devi dire?

- Io… non so. Pensavo, ma non so se è il caso…

- Vengo a prenderti alle quattro, dimmi dove ci troviamo. Io ho una Audi 4 bianca, è di mio padre ma sono sicuro che me la presterà.

- Abito in via IV Novembre, vicino alle scuole medie, è una casa bianca con un giardino. Si nota subito perché ci sono numerosi animali di porcellana oltre a Biancaneve ed i sette nani. É una mania dei miei genitori di acquistarli e metterli in giardino. Ma come devo vestirmi?

- Il meno possibile… scherzo! Come vuoi, saremo fra amici, quello che conta è stare insieme. Ciao, a domenica.

Alice era conquistata dall’intraprendenza di Alberto, dalla sua faccia tosta e dalla sua capacità di superare con abilità gli ostacoli per giungere dove voleva arrivare, ma anche un po’ preoccupata. Perché teneva tanto a lei, che cosa si era messo in testa? La sua istintiva paura le consigliava di mettersi sulla difensiva, di evitare di lasciarsi andare. Ma c’era qualcosa in lui che lo rendeva così interessante. La domenica Alice era andata alla festa. Gianni era figlio di un ingegnere e di una professoressa di matematica. La sua villetta era davvero ben arredata. Erano in nove, tutti accoppiati tranne la sorella di Gianni che, però, ad un certo punto se ne era andata. Sembrava una compagnia affiatata, scherzavano e ridevano e sembrava che si conoscessero da tanto tempo.

Alice notava la curiosità degli altri verso di lei, capiva che la sua presenza attirava l’attenzione e probabilmente gli altri si chiedevano da dove uscisse e quale fosse la relazione con Alberto. Si vedeva che erano di buona famiglia, vestiti eleganti, con capi sportivi firmati e forbiti nel parlare, mai sconvenienti anche quando fatalmente la conversazione cadeva su argomenti più scurrili. Sicuramente erano studenti universitari perché spesso si soffermavano sugli esami che stavano preparando. Alberto era stato delizioso, si era comportato come meglio Alice non avrebbe potuto aspettarsi. L’aveva presentata come una sua cara amica, non l’aveva fatta mai sentire a disagio, era rimasto quasi sempre con lei, anche quando gli altri ragazzi avevano proposto una partita a poker lui aveva rifiutato fra la sorpresa di tutti, ragazze comprese:- Come non giochi? Proprio tu che sei un accanito pokerista! É forse un bluff! - Avevano detto alcuni.

Seppure in presenza degli altri, Alberto aveva approfondito la conoscenza di Alice e quando l’aveva riaccompagnata a casa, poco prima delle undici di sera, i due si sentivano amici come si frequentassero da tanto tempo.

Dopo quel primo incontro, le loro uscite divennero più frequenti.

Alberto era riuscito a far breccia su Alice anche se la sua cronica paura, dovuta all’insicurezza ed alla timidezza, le impedivano di lasciarsi andare. Il giorno di San Valentino del 1995, Alberto aveva invitato Alice al Ristorante ‘Ai sogni da Piero’ e, dopo un lauto pasto tutto a base di pesce innaffiato da vino bianco e rosso, le aveva presentato un anello di zirconi e le aveva fatto la più dolce delle dichiarazioni d’amore. Alice, forse anche perché il vino le aveva annebbiato la mente, finalmente aveva ceduto. Un lungo bacio nel parcheggio del ristorante aveva sancito definitivamente che fra i due era scoppiato l’amore, poi i loro corpi si erano avvicinati e si erano scatenati in un turbinio di passione che, solo le luci dei lampioni e la presenza di altri avventori che uscivano dal locale, avevano tenuto a freno.

top home presentazione distribuzione archivio le nostre firme sport chi siamo